Cesare Stevan

In memoria di

Un uomo maturo con capelli bianchi, barba curata e occhiali dalla montatura spessa è ritratto in primo piano mentre parla con enfasi, accompagnando il discorso con il gesto delle mani. Indossa una giacca scura su una camicia bordeaux e un maglione blu scuro.  Sullo sfondo si trova una libreria in legno chiaro, densamente riempita di libri e volumi di vario formato, che suggerisce un ambiente di studio o una biblioteca privata. Tra i libri si distinguono anche alcuni oggetti decorativi, come piccole sculture di cavalli. La luce naturale illumina la scena frontalmente, mettendo in risalto l'espressione concentrata e comunicativa del soggetto. In basso, sul piano del tavolo, si intravedono alcuni fogli di carta e un paio di occhiali da lettura, elementi che completano l'atmosfera intellettuale e di lavoro della composizione.

Nel giorno della sua scomparsa, vogliamo ricordare Cesare Stevan, figura eccezionale nel mondo dell'architettura e della cultura del progetto ed esempio fondamentale per il suo lungimirante contributo alla multidisciplinarietà come testimoniato dal sostegno offerto nella costruzione del "sistema design" del Politecnico di Milano.

Ricordiamo il Professor Stevan attraverso le sue parole, in una intervista rilasciata lo scorso anno, nel contesto del progetto Design Philology, per celebrare i trent'anni dalla fondazione del primo Corso di studi italiano in Disegno Industriale, proprio all’interno della Facoltà di Architettura di cui allora era Preside. La sua capacità di guardare al futuro con grande visione, nella ricerca e nell’insegnamento, ci ha restituito un’importante eredità culturale e un prezioso esempio da seguire.

«ll 1984 è stata la tappa finale: passò quindi l’idea di avere un indirizzo di Laurea, per promuovere un Corso di Laurea in Disegno industriale. La realizzazione vide passare ancora dieci anni, dall’84 al ‘93, per riuscire ad arrivare, alla fine da me auspicata, di una Facoltà del Design. La cosa era da me auspicata non solo astrattamente, per ragioni culturali, perché vedevo in questa apertura sul design una cultura nuova, aperta, che affrontasse le nuove realtà di progetto, ma ci tenevo anche perché è stata, dalla fondazione del Politecnico, l’unica vera innovazione dell’Ateneo: passare da due a tre Facoltà.»

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