Oggetti digitali interattivi e design dell’esperienza

Daniela Petrelli

Sono Daniela Petrelli e sono al Politecnico dal 2024 dopo più di vent’anni in accademie inglesi. Mi sono sempre occupata dell’interazione tra le persone e le tecnologie digitali, intese in senso ampio, quindi non solo attraverso lo schermo di un computer o su cellulare, ma con spazi che reagiscono alla nostra presenza o con oggetti interattivi che non hanno la parvenza di oggetto digitale, come quello che ho in mano.

L’oggetto che ho tra le mani è la rappresentazione di una lampada votiva romana, progettata per un piccolo museo situato lungo il Vallo di Adriano, il limite dell’Impero Romano a nord dell’Inghilterra. La lampada invita i visitatori a esplorare la collezione e a immergersi nel mondo della religione e dei riti dell’antica Roma. All’ingresso, il visitatore incontra Giunone, regina degli déi romani, che gli porge questa lampada con tre luci votive. Nel museo scopriamo che le divinità sono tredici, ma solo tre luci possono essere offerte: una scelta che deve essere fatta con attenzione, perché le divinità a cui decidiamo di rivolgere le nostre offerte determineranno il nostro destino sul Vallo di Adriano, al confine dell’Impero.

Nel disegnare questa esperienza volevamo spingere i visitatori a capire che quelle che a noi adesso appaiono come delle pietre, erano per gli antichi romani degli altari con un forte valore simbolico.

Osservando il comportamento dei visitatori, è emerso che coloro che interagivano con la lampada, arricchivano in modo significativo la loro esperienza museale: erano più attivi, esploravano lo spazio, commentavano, si confrontavano e compivano scelte poiché si trattava di qualcosa di completamente nuovo e diverso rispetto alle modalità tradizionali di fruizione di un museo.

Questo progetto nasce da una collaborazione con English Heritage e con i colleghi della Sheffield Hallam University ed è una delle installazioni che ho progettato nell’ambito di una serie di collaborazioni con diversi musei europei, tra cui una mostra dedicata all’occupazione dell’Aia, nei Pesi Bassi, durante la Seconda guerra mondiale, che metteva in dialogo le testimonianze contrastanti dei soldati tedeschi e dei civili olandesi. In Italia ho collaborato con il Museo Storico Italiano della Guerra, raccogliendo e intrecciando le voci dei soldati e dei civili durante la Prima guerra mondiale.

Lavoro e progetto con la convinzione che la tecnologia debba essere al servizio del design. Non è la tecnologia in sé a essere protagonista, ma l’oggetto, la nostra presenza e il modo in cui abitiamo lo spazio del museo: è attraverso il movimento, l’interazione e l’esperienza fisica che si crea una connessione con il passato. La tecnologia rimane invisibile, ma genera una forma di magia silenziosa, quando lo spazio e gli oggetti rispondono alle nostre azioni e ai nostri gesti, restituendo al visitatore un senso di partecipazione e di meraviglia.

Per questo nella mia ricerca io uso il tatto, l’esperienza corporea, il muoversi nello spazio e le storie raccontate in prima persona, come strumenti della progettazione. Il risultato è una visita unica personale in cui ciascuno sceglie che cosa fare, che cosa ascoltare. 
E la visita personale che ciascuno vive è riassunta in queste cartoline, pensate per ricordare l’esperienza che ciascuno sceglie di compiere nel museo.

Se siete incuriositi da questo modo nuovo e diverso di comunicare i beni culturali, vi invito a guardare i video del progetto meSch su YouTube o contattarmi direttamente per discuterne.

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