Per alcuni giorni il Dipartimento di Design del Politecnico di Milano è diventato un luogo in cui il futuro non è stato discusso come un orizzonte da prevedere, ma come una dimensione da interrogare criticamente. È questo il senso più profondo di Anticipation 2026, la sesta edizione della conference series nata a Trento nel 2015 su iniziativa del filosofo Roberto Poli e oggi riconosciuta come uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati agli anticipation studies. Sotto la guida della Conference Chair Manuela Celi, l'approdo a Milano, dopo le edizioni di Trento, Londra, Oslo, Tempe e Lancaster, rappresenta più di una semplice tappa: segna l'ingresso del design al centro di una riflessione interdisciplinare sul modo in cui immaginiamo, costruiamo e orientiamo il futuro.
Progettare l'ignoto. Il design come pratica dell'anticipazione
Anticipation Conference 2026

Dal 1° al 3 luglio 2026 il Dipartimento di Design del Politecnico di Milano ha ospitato la sesta Anticipation Conference. Oltre 300 partecipanti provenienti da 35 Paesi, 161 contributi scientifici, workshop, sessioni curate e pratiche esperienziali hanno trasformato il Campus in un laboratorio internazionale dedicato a una delle questioni più urgenti del nostro tempo: come progettare quando il futuro non è più prevedibile, ma radicalmente aperto.

Anticipation 2026 si definisce infatti come una conferenza interdisciplinare dedicata a ripensare il ruolo delle idee di futuro in condizioni di incertezza, indeterminatezza e non-conoscenza.
Attraverso il confronto tra ricerca, design e filosofia, istituzioni e professioni, la conferenza ha aperto uno spazio interdisciplinare in cui interrogare il modo in cui futuri possibili prendono forma attraverso l'intreccio di immaginari, pratiche materiali, dimensioni estetiche, questioni etiche e forme della conoscenza. Dalla politica della speculazione ai saperi situati dell'anticipazione, il design viene proposto non come disciplina applicativa, ma come pratica transdisciplinare capace di confrontarsi con ciò che resta irrisolto, non ancora emerso o difficilmente rappresentabile.

Il titolo, Staying with the Unknown: Paradox, Uncertainty, and the Praxis of Hope, chiarisce immediatamente la direzione di questa edizione. Non si tratta di ridurre l'incertezza o di sviluppare strumenti sempre più sofisticati per controllare il futuro. Al contrario, la conferenza invita a riconoscere il paradosso come la condizione ordinaria del presente, l'incertezza come il terreno stesso dell'anticipazione e la speranza come una pratica progettuale rigorosa, condivisa e profondamente politica.
L'assunto di fondo è che il mondo contemporaneo non possa più essere interpretato attraverso opposizioni nette come globale e locale, presente e futuro, umano e non umano, individuo e sistema perché queste categorie finiscono spesso per semplificare fenomeni che sono invece profondamente intrecciati. In un presente segnato da crisi climatiche, trasformazioni tecnologiche, instabilità geopolitiche e profonde disuguaglianze sociali, il paradosso non rappresenta un'anomalia, ma il clima entro cui si sviluppano le pratiche di progetto. Restare con l'ignoto significa allora imparare ad abitare questa complessità senza pretendere di dissolverla.

In questa prospettiva, anche l'incertezza cambia radicalmente significato. Non è un ostacolo da eliminare attraverso la previsione, ma la condizione stessa che rende possibile l'anticipazione. Piuttosto che colmare ogni vuoto con modelli predittivi, Anticipation propone di sostare negli spazi di apertura, accogliendo la provvisorietà, l'attrito, l'ambiguità e persino ciò che ancora non trova linguaggio. È un cambiamento importante dove l'anticipazione cessa di essere un esercizio tecnico e diventa un impegno etico, culturale ed estetico nei confronti del “non ancora”.

È proprio qui che il design assume una posizione strategica. La conferenza colloca il progetto al centro perché esso possiede strumenti particolarmente efficaci per lavorare con ciò che non è ancora definito. Scenari, prototipi, narrazioni speculative, visualizzazioni, pratiche partecipative ed esperimenti materiali non servono soltanto a rappresentare futuri possibil ma permettono anzi di renderli discutibili, condivisibili e trasformabili. Il design diventa così una forma di ricerca che rende tangibile l'incertezza senza ridurla a una soluzione prematura.
Anche la struttura della conferenza riflette questa impostazione. Oltre 300 partecipanti provenienti da 35 Paesi hanno animato tre giornate di lavoro con 161 paper, 8 curated sessions, 18 workshop, tavole rotonde, mostre, pratiche esperienziali e oltre trenta progetti sviluppati nella PhD Summer School che ha preceduto la conferenza nei primi giorni della settimana. Questo a dimostrazione di un'idea di ricerca che riconosce nel confronto tra discipline, linguaggi e pratiche una componente essenziale della produzione di conoscenza.

Le sette aree tematiche attorno le quali sono stati organizzati i lavori restituiscono con chiarezza questo orientamento. Temporalità plurali, futures literacy, governance e giustizia, forme incarnate dell'anticipazione, design come world-making, pratiche della cura ed ecologie planetarie delineano un campo di ricerca che coincide con alcune delle trasformazioni più profonde del design contemporaneo. Ne emerge una concezione del design che amplia il proprio statuto disciplinare, assumendo come campo di progetto non soltanto artefatti e servizi, ma anche le condizioni sociali, culturali, istituzionali ed ecologiche entro cui si configurano le possibilità del futuro.
Le keynote session hanno dato ulteriore spessore a questa riflessione. Betti Marenko ha messo in discussione i regimi predittivi che dominano il presente, sostenendo il valore dell'incertezza come spazio di possibilità. Fabio Scarano ha intrecciato futures literacy, pensiero ecologico e apprendimento da forme di intelligenza more than human, proponendo una concezione dell'anticipazione orientata alla rigenerazione. Ivana Milojević ha richiamato la necessità di una autentica alfabetizzazione temporale, capace di liberare il pensiero sul futuro dalla linearità e dalla sola logica della previsione.

Tra i temi più interessanti emersi durante la conferenza emerge certamente quello della speranza. Non una speranza ingenua o consolatoria, ma quella che Tomás Maldonado definiva speranza progettuale ovvero la capacità del progetto di riconoscere possibilità d'azione anche dentro scenari segnati dall'incertezza. Riprendendo il pensiero di Ernst Bloch e Tony Fry, Anticipation propone una concezione della speranza come forza progettuale capace di leggere le potenzialità che attraversano il presente e di orientare il design verso la costruzione di mondi alternativi. In questa prospettiva, speranza e anticipazione non coincidono con l'ottimismo, ma con una responsabilità condivisa nella costruzione dei futuri.

Anche la conclusione della conferenza ha tradotto questi principi in una pratica concreta. La sessione UNESCO Chair Take a Chair ha riunito relatrici, relatori e partecipanti in un unico spazio di dialogo aperto, trasformando il confronto in un'esperienza condivisa. Al centro dell'incontro, le sedute in tela del progetto di ricerca Soft Fold di Davide Biancucci, sviluppato in collaborazione con Campeggi Design, sono diventate un dispositivo progettuale capace di favorire conversazione, ascolto e riflessione collettiva. Take a Chair ha restituito, in forma esperienziale, uno dei principi che hanno attraversato l'intera conferenza: l'anticipazione come pratica relazionale, costruita attraverso il confronto e la pluralità delle prospettive.